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Il Biologico in Italia

Dal Bioreport 2013 - Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali
 
Il Bioreport 2013 è ormai un documento che il Ministero, in collaborazione con SINAB, MiPAAF, ISMEA e INEAM, ci regala puntualmente e su cui è possibile seguire l'evoluzione della produzione Biologica in Italia.
 
I dati sono anno dopo anno sempre più confortanti. Il pricipale segnale che ci fa ben sperare è che le aziende biologiche sono sempre più spesso costituite e condotte da giovani imprenditori istruiti e innovativi.
 
Sono stati elaborati i dati del censimento generale dell'agricoltura del 2010 che conteneva, per la prima volta, i dati di dettaglio sulle aziende biologiche italiane, rispondendo agli obiettivi di tipo statistico propri di questa indagine.
 
La distribuzione del numero di aziende biologiche per comune sul territorio nazionale indica che, degli 8.077 comuni presenti in Italia, il 61,8% conta almeno un’azienda biologica sul proprio territorio.
 
Se si presta attenzione alla distribuzione dell’incidenza percentuale della SAU biologica sulla SAU totale per comune, si evidenzia che il 30,6% dei comuni con SAU biologica presenta un’incidenza percentuale tra l’1% e il 5%. Questo dato ci racconta che nonostante l'incremento della produzione bio in Italia, siamo praticamente agli albori.
 
Ma ci sono comuni in cui la percentuale è molto rilevante. Sono, rispettivamente, 55 e 15 i comuni con un’incidenza non inferiore al 60% e all’80%, di cui 10, con riferimento a questi ultimi, con una sola azienda che rappresenta l’intera SAU biologica comunale. I comuni con una quota della SAU biologica non inferiore all’80% sono localizzati al Nord, soprattutto in Lombardia, ad eccezione di Vejano (VT) e Terravecchia (CS). Tra questi si distinguono i comuni di Rhêmes Notre-Dame (AO) con una SAU comunale interamente biologica, Lardirago (PV; 99,5%), Veddasca (VA; 98,8%) e Introbio (LC; 95,4%), l’unico in cui sono localizzate 10 aziende biologiche e non una sola unità.
 
Segnaliamo inoltre un dato moilto interessante: la forma giuridica di società cooperativa, costituisce una modello organizzativo particolarmente idoneo alla situazione delle aziende biologiche, che spesso presentano problemi inerenti la trasformazione - necessitando di impianti dedicati o comunque in grado di separare temporalmente la lavorazione dei prodotti biologici da quella dei prodotti convenzionali - e la commercializzazione, data la maggiore dispersione territoriale delle aziende. Questa forma societaria, infatti, grazie a sistemi decisionali partecipativi, consente più facilmente alle aziende di realizzare, con il conferimento dei propri prodotti, un valore aggiunto più elevato rispetto alla vendita degli stessi a generiche imprese di trasformazione e/o commerciali, risolvendo problemi di sottodimensionamento e, quindi, collocamento della produzione e agevolando la diversificazione dei canali commerciali.

 

 

 
 

Bioreport evidenzoa inoltre un altro dato interessante: le aziende biologiche risultano anche meno intensive in lavoro, poiché un’unità di lavoro agricolo (ULA) dispone mediamente di 20,7 ha a fronte dei 14,4 ha relativi alle aziende rilevate nel loro complesso. Ciò dipende sia dalla più bassa intensità degli allevamenti biologici, mai in stabulazione fissa, rispetto a quelli convenzionali sia dall’elevata incidenza di colture che non richiedono un impiego di manodopera relativamente elevato.

Fra le righe del report scoviamo anche questa nota : le regioni centrali, si distinguono per la maggiore frequenza, tra le aziende biologiche, di quelle che hanno un sito web o che utilizzano l’e-commerce per vendere i propri prodotti.
 
È interessante notare - prosegue il report -  come le aziende biologiche che commercializzano la propria produzione costituiscano una quota sul relativo totale (89,1%) sensibilmente più elevata rispetto a quella riguardante le aziende complessivamente censite (64%), indice di una maggiore propensione e capacità di organizzare la propria offerta da un punto di vista commerciale, sicuramente stimolata anche dalla certificazione, prevalentemente richiesta dalle aziende che destinano solo in parte o per nulla i propri prodotti all’autoconsumo. L’elemento distintivo tra queste e l’universo delle aziende censite è costituito dalla vendita diretta al consumatore, sia in azienda che fuori, canale particolarmente utilizzato nel settore biologico - e specialmente nelle regioni centrali - dove si privilegia il rapporto diretto tra produttore e consumatore così da accrescere la fiducia di quest’ultimo nei confronti del primo.
 
Non potevano altresì mancare i raffronti con il resto del mondo. La superficie globale interessata si è assestata sui 37,2 milioni di ettari, di cui l’81% concentrato in Oceania, Europa e America Latina. L’Italia resta fra i primi dieci paesi al mondo per superficie coltivata con metodo biologico e, fra questi, è quello con la più alta percentuale di SAU biologica rispetto alla SAU totale.
È sempre italiano, inoltre, il primato europeo per numero di produttori e, in generale, di operatori certificati (compresi, quindi, i trasformatori e gli importatori).
 
Il Report si divide in tre parti: la prima, storica, sui dati dell'agricoltura biologica e sull'interpretazione dei dati stessi. La seconda offre una panoramica aggiornata sulle politiche per l'agricoltura biologica e una terza parte che traccia un quadro dell'organizzazione e caratteristiche del settore. Completano il report dei casi specifici analizzati: la regione Sicilia e la Danimarca.
 
 
 

 

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